Un sogno

Ho sognato il mio primo giorno di scuola: la classe era molto numerosa, gli studenti adolescenti. Io ero tranquillo, avevo una cartella di pelle, pesante di libri: l’ho posata e mi sono rivolto ai ragazzi. Parlavo della scuola, la scuola e la vita, perchè venite a scuola, perchè avete scelto questa scuola. Mi ascoltavo e mi compiacevo delle mie parole, del tono tranquillo e fermo. Silenzio, nessuno risponde: ho sbagliato l’attacco ? Poi la voce di un ragazzo in mezzo al brusire degli altri.
Il mio primo giorno di insegnamento, che non c’è mai stato. Uno dei rimpianti più grandi.

Posted in la fantasia e non solo, la memoria | Leave a comment

Corto è bello

Si può dire che i corti stanno ai lungometraggi come i racconti stanno ai romanzi ? Credo di sì e credo anche che si possa dire che i corti nel cinema e nella narrativa non hanno minore dignità e importanza dei lunghi: ovvero, anche qui, la qualità non dipende dalla quantità.

A dimostrazione di tale banale affermazione, su questo bel blog trovo la segnalazione di un corto davvero bello: Deadline di Massimo Coglitore (dal pc cliccare su Couch Mode, in alto a destra).

Posted in al cinema | Leave a comment

Firenze dimenticata

Nel 1959 Cecilia Mangini girò il suo secondo documentario: Firenze di Pratolini, con commento dello stesso scrittore (molto bello). L’ho scoperto per caso, l’ho preso e l’ho guardato; ho letto il libro che lo accompagna (pubblicato da Kurumuny, una piccola grande editrice salentina) che contiene materiali critici e documentari, fra cui una conversazione con la regista (Firenze, il cinema, la libertà).

La città che si vede io me la ricordo poco o niente: è la Firenze popolare di Santa Croce e Sanfrediano, raccontata da Pratolini nelle sue opere. Non la ricordo perchè avevo otto anni, vivevo in una realtà diversa e poi la mia memoria non è buona. Mi ha stupito perciò la povertà di quella gente, il pane distribuito dopo la messa, il lavoro dei renaioli e delle lavandaie; i vecchi dell’ospizio di Montedomini, (…) la vecchiaia dei poveri, nel chiostro dell’ospizio, ci guarda con una tenerezza che non meritiamo (…) dice Pratolini nel suo commento e di certo pensa alla sua nonna, che lì aveva passato gli ultimi anni della sua vita.

Continue reading

Posted in al cinema, la memoria, segnalibri | 1 Comment

Dialogo di un pensionato e di un passeggero triste

L’autoradio parla del ventennale di Tangentopoli. Il ragazzo che faceva l’autostop ha una faccia triste.

Pensionato -Dove vai ?
Passeggero triste – A Firenze, in piazza Alberti .
P. – Bene, posso passare di lì.
Pt. – Come si fa a fidarsi dei politici, anche oggi ?
P. – Tu non ti puoi certo ricordare di Tangentopoli.
Pt. – Eh no, ero appena nato.
P. – Che fai, studi ?
Pt. – Studiavo fino all’anno scorso, volevo fare l’università ma non posso; ora cerco lavoro. Ho fatto il cameriere d’estate e ho lavorato tre mesi in un forno. Ma ora non trovo niente.
P. – Ma come ? pensavo che qui non fosse tanto difficile per un giovane disposto a fare qualsiasi lavoro.
Pt. – Eh no, i pochi che assumono cercano apprendisti con qualche anno di esperienza !
P. – Davvero, mi sbagliavo allora; forse prima era così, ma ora …
Pt. – Penso di aver fatto la scuola sbagliata, forse un istituto tecnico sarebbe stato meglio; ora cerco qualcuno che sia disposto ad insegnarmi un mestiere, un falegname ad esempio.
P. – Va bene se ti lascio qui ?
Pt. – Sì, ciao e grazie.
P. – Ciao, auguri.

Il pensionato continua il suo viaggio, pensieroso; il ragazzo triste gli sembra il prezzo della corruzione, dei privilegi grandi e piccoli, della sua vita tranquilla.

Posted in in Italia e nel mondo, la fantasia e non solo | 3 Comments

Olimpia sì, Olimpia no…la terra dei cachi

Non lo so se la decisione del governo sulle Olimpiadi a Roma sia giusta o meno (propendo per il sì) ma certo la posizione del PD è originale. Prima presenta una mozione di sostegno  e dopo fa buon viso a cattivo gioco.

Oppure (A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, diceva Andreotti) il sostegno era solo per guadagnare un po’ di voti, tanto si sapeva che il governo avrebbe detto di no.

E a proposito di coraggio: in genere ce ne vuole di più a dire No che a dire di Sì (con i partiti come con i bambini). Vedi Luigi La Spina su La Stampa di oggi.

Posted in in Italia e nel mondo | 1 Comment

il signor G.

Quando morì Giorgio Gaber, il primo gennaio 2003, la Marta aveva tre mesi ed era in collo a me, davanti alla televisione mentre quella trasmetteva degli spezzoni di spettacoli di lui. Lei cominciò a muoversi al ritmo di quella musica e di quelle parole, e mi parve strano.

Gaber mi piaceva ma lo conoscevo poco; l’avevo visto solo occasionalmente in tv, non avevo un suo disco e non avevo mai visto un suo spettacolo dal vivo (e di questo mi dispiace perchè è irrimediabile). In questi anni ogni tanto ho pensato di fare un po’ di recupero sul signor G., ma fino ad oggi niente.
Poi in questi giorni a Fahrenheit ho sentito una conversazione con Augias a proposito del suo ultimo libro (Il disagio della libertà) e si parlava di Gaber e si ascoltava Io non mi sento italiano. Allora mi sono deciso è ho preso una raccolta di 42 pezzi, da ascoltare; anche se Gaber va visto, non a caso faceva teatro-canzone e allora provvederemo.

P.S.
In questo ultimo terzo o quarto della mia vita, complice la pensionitudine (neologizzo anch’io) mi sto dedicando a colmare un po’ di buchi (nella musica ne ho moltissimi), cose che mi sono perso e vorrei conoscere.

A proposito di ebook: il libro di Augias costa 15 euro in carta (diciamo 13 scontato); l’ebook 9,99 dall’editore e Kindle e 11,99 su IBS (?).

Posted in di musica, la memoria, segnalibri | 1 Comment

Non è un film

L’ho sentito alla radio, mi è piaciuto, l’ho cercato.

Da Sud, l’ultimo album di Fiorella Mannoia, duettando con Titti col suo Luce (dallo stesso album).

Posted in di musica | 2 Comments

La zia, l’artista e i mulini

Caro Francesco,

potrei essere tua zia (se fossi donna), ho meno di ottant’anni, sono mediamente colto e intelligente e appartengo pure al ceto medio riflessivo di sinistra. E poi ho visto The Artist, ho un iPhone e pure un lettore di ebook. Mi sento dunque chiamato in causa dal tuo articoletto di ieri sul Corriere e vorrei dire la mia.

In primo luogo attento alle virgole che – a mio modesto avviso – sono un po’ troppe e mal collocate (il che per uno scrittore di successo non è bello). Dirai che il tuo è un modo moderno e progressivo di usare la punteggiatura e che io sono un nostalgico: forse è così ma non ne sono convinto. Poi c’è il film.

Si può avere addirittura nostalgia del cinema muto? No. Nemmeno il pensiero reazionario arriva a questo. Ma il punto è un altro: il film produce un’adesione emotiva senza precedenti, incarna qualcosa che è nel profondo dei propri pensieri e dei propri sentimenti. Lo fa nella forma e nella sostanza, e quindi immerge pienamente in uno spirito reazionario che mira al cuore. E quindi fa sciogliere. Addirittura, si può dire che non ci si commuove del dolore del personaggio, ma del fatto che rappresenta esattamente come ci sentiamo noi: il mondo va, inventa diavolerie, noi tentiamo di frenare e non ci riusciamo.

La tua tesi è un po’ stiracchiata, il significato può essere anche diverso: bello il cinema muto ma ormai ha fatto il suo tempo. Insomma nostalgia e progresso non sono antitetici. Ma capisco che quello che ti interessa è altro.

Tutti, tutti almeno una volta alla settimana sentono di dover comunicare al mondo di sentirsi estranei al presente. Tutti, insomma, hanno una gran voglia di sentirsi incompresi e isolati come The Artist.

Tutti fuorchè Francesco Piccolo ? Questo vezzo di generalizzare va oggi per la maggiore (ministri docent) ma è davvero insopportabile. Mi dirai che è un espediente retorico, ma non non ne sono convinto. Enfatti, come dice una cara amica romana, ecco la conclusione.

Tutti (o quasi tutti) quelli che pensano e riflettono e vanno ai festival culturali e scrivono libri e li leggono, in questi anni, credono sia loro dovere fare resistenza al nuovo. Il ceto medio riflessivo, sul quale abbiamo fatto affidamento per la ricostruzione di un Paese civile e innovato, pensa che la soluzione sia semplice: opporsi alle tecnologie, non concedere al nemico (il progresso) nemmeno un centimetro del territorio (la conservazione del passato).

E qui siamo al più genuino donchisciottismo, che mi sta anche simpatico ( e un po’ mi appartiene) ma diventa insopportabile quando si accanisce contro immaginari mulini a vento (com’erano belli, però).

—————————————————————————————
Noterella per un’amica che ha poca dimestichezza col web: le parti in blu sono citazioni, quelle in nero farina integrale del mio sacco.

Posted in al cinema, parole parole parole | 2 Comments

La cameriera

Quando li vide passare, destinati al tavolo vicino, si pentì di non averli ordinati quei canederli verdolini con una salsina bianca, scaglie di grana trentino e foglie di insalatina. La cucina di quell’albergo di montagna era davvero buona e la cameriera polacca si meravigliava ogni volta che lui rinunciava a qualcosa, soprattutto i dolci; era giovane bionda rotondetta e non molto alta, con un viso gioviale e il modo di fare di chi non rinuncia al piacere del cibo e non capisce come qualcuno possa farlo.
I canederli continuavano a passargli davanti e alla fine lui si decise a chiedere un assaggio, cercò con gli occhi la cameriera gioviale e non la trovò, si rivolse perciò ad un’altra e le spiegò la situazione; dopo poco arrivarono e lui ebbe conferma di quello che l’occhio gli aveva suggerito, erano buonissimi. Li mangiava lentamente, come sapeva fare da quando aveva preso a mangiare poco; e quando era appena a metà vide arrivare la giovane bionda e rotondetta. Aveva in mano un piatto di canederli e si dirigeva decisamente verso di lui: rallentò fino quasi a fermarsi, con un moto di stupore e anche di contrarietà, quando vide che lui aveva già il piatto davanti. L’uomo cercò di spiegare ma la cameriera tagliò corto con un sorriso sincero: in fondo era contenta lo stesso.
Poi lo colpì l’idea che la cameriera avesse indovinato i suoi pensieri e glielo disse: lei sorrise di nuovo. Ma di certo si trattava di una semplice coincidenza.
Che non fosse una coincidenza lo capì il giorno successivo. La bambina aveva rinunciato alla pasta al pomodoro (abituata come era a mangiare un solo piatto) e quando vide passare i piatti con le penne coperte di salsa rossa disse che gli facevano gola, ma tanto. Avevano quasi deciso di chiederne un po’ quando l’uomo vide avvicinarsi la giovane polacca con un piatto di penne al pomodoro, per la bambina.

(dedicato ad Agnes)
Posted in a tavola, la fantasia e non solo | 2 Comments

L’evoluzione sulla neve

Porto anche le ciaspole, non si sa mai -dice Indy. Fino a pochi anni fa si chiamavano comunemente racchette da neve, come quando ero bambino: certo allora erano molto diverse, un telaio di legno e una trama di corde, con lacci di cuoio per fissare gli scarponi.

 

Da un po’ di tempo sono tornate di moda e hanno cambiato nome : il termine ciaspole (o ciaspe) dalle valli ladine si è diffuso in tutto il belpaese, come sempre più spesso succede nella nostra lingua.
Ma soprattutto sono cambiate loro e più che di evoluzione bisogna parlare di mutazione genetica. Niente legno, nè corda nè cuoio: solo plastica e ferro.

Un tempo oltre alle racchette da neve e a quelle da tennis c’erano anche le racchette tout-court: di chiamavano così i bastoni da neve, indispensabile complemento degli sci. In realtà il termine racchetta si riferiva propriamente all’anello (collocato poco sopra la punta) di legno/bambù  come l’intero bastone; ma per estensione il nome racchetta era attribuito al bastone da sci nel suo insieme, come precisa l’ottimo Treccani online.

Posted in la memoria, parole parole parole | 1 Comment