Caro Francesco,
potrei essere tua zia (se fossi donna), ho meno di ottant’anni, sono mediamente colto e intelligente e appartengo pure al ceto medio riflessivo di sinistra. E poi ho visto The Artist, ho un iPhone e pure un lettore di ebook. Mi sento dunque chiamato in causa dal tuo articoletto di ieri sul Corriere e vorrei dire la mia.
In primo luogo attento alle virgole che – a mio modesto avviso – sono un po’ troppe e mal collocate (il che per uno scrittore di successo non è bello). Dirai che il tuo è un modo moderno e progressivo di usare la punteggiatura e che io sono un nostalgico: forse è così ma non ne sono convinto. Poi c’è il film.
Si può avere addirittura nostalgia del cinema muto? No. Nemmeno il pensiero reazionario arriva a questo. Ma il punto è un altro: il film produce un’adesione emotiva senza precedenti, incarna qualcosa che è nel profondo dei propri pensieri e dei propri sentimenti. Lo fa nella forma e nella sostanza, e quindi immerge pienamente in uno spirito reazionario che mira al cuore. E quindi fa sciogliere. Addirittura, si può dire che non ci si commuove del dolore del personaggio, ma del fatto che rappresenta esattamente come ci sentiamo noi: il mondo va, inventa diavolerie, noi tentiamo di frenare e non ci riusciamo.
La tua tesi è un po’ stiracchiata, il significato può essere anche diverso: bello il cinema muto ma ormai ha fatto il suo tempo. Insomma nostalgia e progresso non sono antitetici. Ma capisco che quello che ti interessa è altro.
Tutti, tutti almeno una volta alla settimana sentono di dover comunicare al mondo di sentirsi estranei al presente. Tutti, insomma, hanno una gran voglia di sentirsi incompresi e isolati come The Artist.
Tutti fuorchè Francesco Piccolo ? Questo vezzo di generalizzare va oggi per la maggiore (ministri docent) ma è davvero insopportabile. Mi dirai che è un espediente retorico, ma non non ne sono convinto. Enfatti, come dice una cara amica romana, ecco la conclusione.
Tutti (o quasi tutti) quelli che pensano e riflettono e vanno ai festival culturali e scrivono libri e li leggono, in questi anni, credono sia loro dovere fare resistenza al nuovo. Il ceto medio riflessivo, sul quale abbiamo fatto affidamento per la ricostruzione di un Paese civile e innovato, pensa che la soluzione sia semplice: opporsi alle tecnologie, non concedere al nemico (il progresso) nemmeno un centimetro del territorio (la conservazione del passato).
E qui siamo al più genuino donchisciottismo, che mi sta anche simpatico ( e un po’ mi appartiene) ma diventa insopportabile quando si accanisce contro immaginari mulini a vento (com’erano belli, però).
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Noterella per un’amica che ha poca dimestichezza col web: le parti in blu sono citazioni, quelle in nero farina integrale del mio sacco.